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Il Dopolavoro Ferroviario di San Pellegrino in Alpe era un
edificio concettuale.
Non c’erano ferrovie, non c’erano dopolavori e il lavoro, a
ben vedere, era un’ipotesi. Ma il locale esisteva, ed era
questo l’importante.
Dentro c’era un odore stratificato di vino rosso, fumo
antico e discussioni mai finite. Il tempo non passava: si
sedeva anche lui a giocare.
Gino Balocchi entrò con passo incerto ma intenzionale.
Salutò tutti senza guardare nessuno, che era il modo giusto
per farsi notare. Si sedette al tavolo della briscola, quello
storto, che pendeva leggermente verso l’Emilia per motivi
storici mai chiariti.
Al tavolo c’erano:
Nello detto “Tre di Bastoni”, perché non ricordava mai
di averlo già giocato;
Il Beppe della Segheria, che barava ma solo quando
perdeva;
Donato, oste part-time e filosofo a tempo pieno, che
teneva il punteggio ma sbagliava apposta.
«Si gioca?» chiese Gino.
«Si beve?» risposero in coro.
Si fece entrambe le cose.
Le carte scivolavano lente. I bicchieri si svuotavano veloci.
La verità, come sempre, aspettava.
«Ieri sera,» disse Nello lanciando una carta che non
c’entrava nulla, «c’era uno forestiero.»
Gino non alzò lo sguardo.
«A San Pellegrino siamo tutti forestieri di qualcun altro,»
disse, giocando una briscola assassina.
«No,» insistette Beppe, «questo era forestiero davvero.
Scarpe nuove.»
Silenzio.
Le scarpe nuove tornarono al centro del tavolo come un
asso non dichiarato.
«Ha vinto,» disse Donato. «Troppo.»
«Quanto?» chiese Gino.
«Una partita che non si può vincere,» rispose Donato,
versando da bere. «Aveva tutte le carte giuste. E nessuna
faccia giusta.»
Gino segnò mentalmente.
Carte giuste, faccia sbagliata. Classico.
«Poi?» fece.
«Poi,» disse Nello, «qualcuno ha detto che quella mano
non era pulita.»
«E chi l’ha detto?» chiese Gino, finalmente guardandoli.
I tre si scambiarono uno sguardo, poi indicarono un angolo
vuoto.
«Il morto,» disse Beppe.
Gino appoggiò il bicchiere. Non tremava, ma ci andò
vicino.
«Ha accusato?» chiese.
«No,» disse Donato. «Ha sorriso. Che è peggio.»
Fu allora che Gino capì una seconda cosa fondamentale:
a San Pellegrino non si uccide per soldi.
Si uccide per umiliazione, specialmente se accompagnata
da una briscola a denari giocata fuori tempo.
Il vento fuori ululava, mentendo come sempre.
E da qualche parte, il commissario Passalacqua stava
probabilmente compilando un modulo sbagliato.
Gino ordinò da bere.
La storia aveva cominciato a parlare.
Ora bisognava farla confessare.